In questi giorni Giappone vuol dire terremoto, tsunami, radiazioni nucleari, energia elettrica razionata, economia al collasso, più grande tragedia degli ultimi cinquant'anni, diverse migliaia di morti. Per me il Giappone sarà sempre Takeshi Kitano, i ragazzi coi capelli lisci e le creste coi gel che tanto piacciono agli EMO di tutto il mondo, le ragazzine con l'uniforme della scuola e gli scaldamuscoli bianchi di lana, i cartoni di quando ero piccolo dove tutti avevano degli occhi grandissimi, Naoto Date e Mister X, Hiroshima e Nagasaki, la Nissan, la Toyota e la Sony, l'imperatore e i Samurai, la Yakuza e gli splendidi tatuaggi, le frotte di turisti macchinafotograficadotati in giro per la mia città o a cena in un ristorante vicino casa mia, Chicago, la moglie di un mio caro amico, dei ristoranti bellissimi dall'atmosfera soffusa dove si mangia da re e ci si alza con la voglia di ritornarci subito, i sindacati gialli, gli asili nelle fabbriche e le foto coi dipendenti più longevi e produttivi, Tokyo e la finale della coppa intercontinentale alle cinque del mattino con le immagini sbiadite, gente che studia milioni di ore nella vita per raggiungere un obiettivo, basti vedere ciò che è stato fatto nelle arti visive e nella musica classica in pochissimi decenni dalla fine della seconda guerra mondiale, gli ideogrammi e i campionati nazionali per stabilire chi ne conosce di più, il rispetto per gli altri e il sentirsi sempre parte di una comunità, la discrezione nel rapportarsi alla gente e nel manifestare i propri stati d'animo, Kikuko, una ragazza conosciuta venti anni fa Cambridge, gli origami e la palla rossa su sfondo bianco della sua bandiera. A presto.
tremendieventi
martedì 15 marzo 2011
lunedì 14 marzo 2011
Il falco
E' quasi impossibile che un ex sportivo sia in grado di raccontare una qualsiasi competizione del suo o di altri sport. In fondo perchè dovrebbe. Non è raro il caso in cui campioni affermati in una determinata disciplina, una volta diventati allenatori, non confermano le attese e si rivelano dei brocchi. Lo stesso avviene in altri campi dello scibile. Un grande pittore non è sempre in grado di insegnare una tecnica o trasmettere una certa sensibilità, e lo stesso vale per un ingegnere o un fisico nucleare: non è detto che sappiano anche spiegare tutto ciò che sanno. Paolo Savoldelli da Clusone non era nemmeno un campionissimo nel suo sport. Era un ciclista, certo bravo, capace di un bel po' di azioni da fuoriclasse e in più vincitore di qualche classica importante e di due giri d'Italia. A me personalmente non è mai piaciuto e in più appartiene a una generazione di ciclisti che spesso ha dovuto fare i conti col doping. Soprannominato il falco per la sua capacità di attaccare in salita, si segnalava anche per un carattere levantino che gli aveva fatto guadagnare i gradi di colonnello nel gruppo. Ha smesso quattro anni fa e adesso fa il commentatore di ciclismo in tv. Sabato era un bel pomeriggio di fine inverno. Uno di quei pomeriggi da Milano-Sanremo e infatti manca solo una settimana alla grande classica di inizio della primavera. C'era una tappa della Tirreno-Adriatico con arrivo dopo qualche chilometro di salita spaccagambe a Chieti. La tappa l'ha vinta Michele Scarponi con a ruota un grande Damiano Cunego che è riuscito a rintuzzare gli attacchi di altri tre corridori nell'ultimo chilometro e a scortare il suo capitano di giornata fino al traguardo. Savoldelli era in moto in collegamento dalla corsa. Quattro-cinque interventi, secchi, precisi. Una capacità innata di leggere la corsa, di studiare le rughe della fronte dei corridori per vedere quanto hanno ancora da spendere. Nessuna concessione alla retorica e a inutili esercizi verbali, nessuna voglia di rendere epico ciò che è solo una corsa. Accento bergamasco che fa tanto ciclismo di una volta e una voglia matta di essere sempre in gruppo anche se solo col taccuino in mano. Alla fine di ogni intervento passa la linea all'altro conduttore. Ritmo, nessuna interruzione, un bello spettacolo.
giovedì 10 marzo 2011
Divergenze parallele
La potenza di qualsiasi gesto simbolico tende a scemare con l'aumento del numero di iterazioni. Voglio dire che se una protesta contro un governo o un regime viene perpetrata più volte nel tempo, col tempo, si perdono le ragioni dell'indignazione del moto spontaneo che porta la gente a scendere in piazza e in più si perde l'effetto di straordinarietà dell'evento e quindi il suo valore simbolico. Tutto questo, però, è valido solo nel caso in cui la società all'interno della quale si generano queste proteste è ancora in grado di sottintendere un concetto minimo di democrazia e non pretenda piuttosto di sollevare l'ordine costituito e ribaltarlo completamente. E' il caso dell'Italia, democrazia che non ha ancora dimenticato di esserlo. Negli ultimi tempi non esiste un movimento spontaneo, un gruppo di intellettuali, un partito, sindacato, associazione di categoria, che non abbia protestato contro il governo in carica. Si sono viste proteste di qualsiasi tipo: dalla manifestazione oceanica con concertone finale, al flash mob davanti alla RAI o a Palazzo Chigi, fino ai gesti più violenti di autonomi che hanno boicottato gli interventi di Dell'Utri o Bonanni anche se in occasioni diverse. Alla fine questi riti sembrano ripetersi stancamente e anche i più attivi partecipanti tendono ad attribuire una scarsa efficacia a proteste del genere. Tutto ciò, ripeto, vale però sono in una democrazia matura dai riti un po' stanchi come l'Italia. Nel caso invece di molti regimi a scarso tasso di democrazia l'abitudine a mostrare in piazza la proprie opinioni è un po' meno diffusa, causa repressioni più o meno violente. Sotto i regimi autocratici (prendiamo ad esempio gli stati Nordafricani, simbolo delle rivolte popolari di questi ultimi mesi, dalla Tunisia all'Egitto e adesso la Libia) non si scende in piazza come e quando si vuole per dimostrare un dissenso o un disagio, le uniche manifestazioni sono dei bagni di folla di questi dittatori oppure le più macabre e pacchiane parate militari. Quando succede che le popolazioni, spinte dall'esasperazione e dalla consapevolezza che non c'è più nulla da perdere perchè non si ha più niente, cominciano ad occupare le piazze e a rendere palese che lo stato delle cose non va, che non si è più disposti a subire i soprusi di una classe politica corrotta, che non si ha più nemmeno il minimo per vivere mentre il tiranno è una holding da miliardi di dollari di fatturato all'anno, allora lo scenario cambia. Queste manifestazioni non perdono il loro significato di evento rivoluzionario, anzi danno la speranza che, non essendoci rimasto più niente, almeno la dignità e la speranza di sopravvivere vanno difese anche a costo della vita. Soprattutto danno il segno che la paura può essere sconfitta e le popolazioni possono trarre forza dalla loro compattezza. Con questo non ci si augura naturalmente di essere meno liberi o più disperati per poter manifestare meglio ciò che secondo noi non va. Forse si tratta solo di ripensare forme di dissenso che non necessariamente devono concentrarsi in un luogo, ma andrebbero portate avanti da ciascuno nel suo vivere quotidiano. La manifestazione è un elemento tipicamente pre-rivoluzionario, i comportamenti e la stessa educazione civica quotidiana si adattano meglio a forme di pressione che rifiutano la violenza.
venerdì 4 marzo 2011
Proteggere i protettori
Fino a qualche anno fa non se ne sapeva nemmeno il nome. In realtà sono meno di venti anni che l'Italia ha istituito questo corpo di volontari, anche se negli ultimi anni si è avuta un'accelerazione nelle competenze e nella visibilità della Protezione Civile. In un paese normale questa istituzione entra in azione nel momento in cui vi è un'emergenza e occorre un contributo immediato in favore di popolazioni colpite un evento naturale o da una catastrofe dovuta all'azione dell'uomo. Da qualche anno, complice il Primo Ministro e il suo sottosegretario con la polo blu, è diventata un vero e proprio esercito di volontari che non perdono occasione per mostrare le loro tute gialle e verdi con le strisce catarifrangenti. Questo fenomeno, che a livello nazionale si traduce in una serie infinita di conferenze stampa del portatore sano di polo blu che mostra la sua capacità organizzativa nelle più disparate occasioni, dai funerali del Papa, al Giubileo, al terremoto dell'Aquila, inevitabilmente si riverbera a cascata in ogni angolo d'Italia in cui vi sia almeno un televisore acceso. Ad esempio nel paese in cui sono nato, poche migliaia di abitanti, c'è un gruppo compatto di volontari che in qualsiasi occasione, dalla processione del santo patrono all'ultima sagra del maccherone fatto in casa, ci sono sempre. Si armano della loro tuta multicolore, vestono lo sguardo da NOCS in missione e sono pronti a far rispettare i loro ordini anche a costo di qualche spinta o risposta poco garbata. In molti casi si tratta di esaltati che hanno troppa paura per arruolarsi e imbracciare un'arma ma che si sentono così bene in divisa e giocano a fare i piccoli commandos. Negli altri casi, sono persone che trovano una realizzazione personale che in borghese non avrebbero. Dall'altra parte d'Italia però succede che poche settimane fa vicino Bergamo è scomparsa una piccola ragazzina di dodici anni. Questi volontari, spinti dalla solidarietà e dall'impegno nell'aiuto degli altri, si sono messi subito in moto per battere le campagne circostanti i luoghi della scomparsa alla ricerca della ragazzina. Purtroppo pochi giorni fa il corpo esanime della dodicenne è stato trovato in un campo a breve distanza dal suo comune di residenza. Un campo a cielo aperto, perfettamente visibile dalla strada e, secondo i rilievi del medico legale, il corpo giaceva in quel luogo sin dal primo momento della scomparsa, circa tre mesi prima. Il giorno stesso sono cominciate a circolare voci sull'inefficienza della Protezione Civile e sull'incapacità di svolgere questo compito in maniera appropriata. Il fatto è che per certe attività la buona volontà non basta, anzi è inutile. Se io non sono in grado di alzare una parete di mattoni, posso impegnarmici gratuitamente per mesi interi profondendo un lavoro encomiabile, alla fine dopo pochi minuti la parete cadrebbe lo stesso. Le attività investigative sono svolte da professionisti che studiano anni, vengono pagati per fare questo lavoro e sono soggetti anche a critiche e ad apprezzamenti come chiunque svolga professionalmente la propria mansione. Un volontario non può essere condannato perchè è incapace, è come voler condannare un ingegnere perchè non sa giocare a ramino. L'ingegnere deve costruire dei palazzi che stiano in piedi, il volontario deve metterci la gratuità del suo tempo, non una professionalità che di fatto non possiede. Prima di creare improbabili eserciti di volontari per parate più o meno ridicole, si farebbe meglio a rispettare il grande sforzo di questi volontari che impiegano il loro tempo per gli altri, pur non avendo specifiche capacità.
mercoledì 2 marzo 2011
Paura
E chi glielo spiega adesso al ministro La Russa che gli eroi sono solo buoni per le quattro chiacchiere con cui intrattiene i suoi colleghi in Parlamento o, peggio, e nei salotti televisivi. Chi gli ricorda che a volte la retorica suona ancora più sinistra per i parenti che attendono un corpo che non tornerà più. Immaginare un soldato in guerra è una cosa davvero difficile. A me capita spesso in questi giorni, dopo che purtroppo un altro soldato è stato ammazzato in Afghanistan. Si pensa alla sveglia cadenzata dai vari turni di guardia, al morale sotto i piedi, all'armamento pesantissimo che ti fa sudare ad ogni passo, a quel maledetto giubbotto antiproiettile che da solo pesa quasi venti chili. E poi manca casa, la ragazza,la moglie, i figli, e allora i pensieri si addensano nella mente e tornano le lugubri immagini delle bandiere che avvolgono le bare. E allora è meglio non pensarci, inforcare gli occhiali da sole e uscire in pattuglia. Non hai il tempo di pensare a chi ti ha mandato qui, a che cosa ha spinto il nostro paese a partecipare ad una missione, a chi si farà fregio della tanta fatica che fai ogni giorno. E poi c'è la paura. Penso sia il sentimento più diffuso in una caserma al fronte. Gli scoppi che ti fanno sobbalzare nella notte, le continue precauzione che prendi ad ogni passo che fai, il dito sempre puntato sul grilletto, la minaccia che si nasconde in una cinta sotto la tunica di una donna o di un bambino. Sì, la paura. Il mito del soldato orgoglioso di andare a fare la guerra è roba da vecchiacci in panciolle che hanno perso il gusto della vita. Per un ragazzo tutto è meglio di una guerra. Sarà bene ricordare a tutti coloro che si riempiono la bocca "dei nostri ragazzi" che chi sta al fronte non ha nulla di eroico, è un professionista e spesso ha paura. Sa a cosa va incontro e sarebbe molto più contento se si rispettasse il suo lavoro, il suo non essere un eroe, la sua paura.
giovedì 24 febbraio 2011
Le nostre vite degli altri
Nella scena più bella del film Le vite degli altri, l'agente della stasi HGWXX/7 cambia radicalmente le sue opinioni sulla DDR e sul suo stesso lavoro sporco dopo che il suo sorvegliato ha suonato al pianoforte Die Sonate vom guten Menschen. "Ma come fa chi ha ascoltato questa musica, ma veramente ascoltato, a rimanere cattivo?" è quello che afferma Georg Dreyman e da allora HGWXX/7 non sarà più lo stesso. Ecco, la vita a volte ci offre l'occasione di riscattarci, di essere migliori, di imparare a vivere meglio senza che ce ne accorgiamo, appunto per caso. Capita ad esempio in una mattina di settembre quando entra in classe il primo giorno di scuola un ragazzo affetto da sindrome di Down. Fino al giorno prima hai avuto delle perplessità sulla vita di questi ragazzi ancora troppo puri per crescere, da quel giorno in poi ti rendi conto degli sforzi cui sono inconsapevolmente sottoposti pur di farsi accettare da una società che ci vuole belli e vincenti e che alla prima ruga è pronta a riempirsi di botox. Loro no, loro si portano dietro i loro occhi a palla, le loro labbra sempre troppo screpolate, i loro sguardi assenti, la loro voglia di coccole, la loro goffaggine, tutto ciò che sono, sempre con un sorriso immenso stampato sugli occhi. Non si accorgono di quanto stanno contribuendo a migliorare la tua vita, lo fanno e basta e tu cominci a vedere la vita con i loro splendidi occhi. Ecco, dei ragazzi di Catanzaro hanno avuto questa fortuna e, quando dovevano andare ad una gita alla quale la preside aveva vietato la partecipazione del ragazzo affetto da sindrome di Down, non ci hanno pensato su due volte. Alla gita non ci va nessuno perchè siamo tutti uguali, abbiamo tutti gli splendidi occhi un po' gonfi, con le palpebre un po' calate e appoggiate sopra le nostre gote splendidamente contratte nel più bel sorriso del mondo. Come fa chi ci ha guardato negli occhi, ma veramente guardato, a non mandarci in gita?
mercoledì 23 febbraio 2011
Il lungo il corto e il pacioccone
Il lungo, il corto e il pacioccone
sono tre bravi cow-boys.
Non usano mai le pistole,
perché lo sceriffo non vuole.
Il lungo si sfoga con la chitarra
Il corto il suo benjo fa suonar
Ghengherenghenghen – ghengherenghenghen
Ghen – ghen – ghen – ghen – ghen
e la ballata canta il pacioccone.
In questo momento di cambi di casacca e turbolenze più o meno accentuate nelle aule parlamentari, con un Presidente del Consiglio sotto processo e oggetto di sberleffi per le sue figuracce con impresentabili leader nordafricani, con un Gheddafi che spara sulla sua stessa gente pur di mantenere il potere e i timori delle borse per i contraccolpi della crisi libica sul sistema finanziario italiano e non solo, un grande giornalista di Repubblica trova ogni giorno il tempo di intervistare uno dei politici del gruppo dei Responsabili. Questa new entry delle aule parlamentari è il frutto di settimane di trattative scatenatisi dal momento dell'uscita dei finiani dalla maggioranza e culminate nei giorni cruenti della fiducia al Governo. La grande abilità di Caporale sta nell'approccio quasi confidenziale che ha con il suo interlocutore. Si comincia quasi sempre con una battuta e si finisce spesso a ruoli invertiti, con il giornalista che si trova a doversi districare nelle alchimie dialettiche e logiche di onorevoli al limite del surreale. E si perchè il ritratto che ne esce fuori è di veri e propri personaggi della commedia all'italiana. Poveri cristi che hanno vagonate di voti ma che non riescono a mettere insieme un discorso di senso compiuto, maghi dell'equilibrismo che sarebbero capaci di cambiare opinione nella metà del tempo che impiegano a fare il nodo a una cravatta, peones alla ricerca del momento di gloria e sprovveduti che si fanno cucinare a fuoco lento dai vecchi cronisti parlamentari. In altri casi può capitare l'imprenditore prestato alla politica che, grazie alla legge elettorale vigente, si trova ad occupare uno scranno senza avere nessuna idea, anzi avendone poche ma soprattutto confuse. Quando ci si trova di fronte a questi elementi i problemi si complicano: il parlamentare ha poca voglia di stare tutto il giorno in aula o in commissione e quindi, abituato com'è a mercanteggiare su tutto, prova a vendere al migliore offerente il suo enorme sacrificio di andare in aula a schiacciare il bottone. E poi c'è la diva, la Wanda Osiris, il parlamentare incompreso, quello che ha grandi idee troppo rivoluzionarie per i bizantinismi della politica italiana, quello che dieci anni fa aveva già capito come andava a finire e che non si sa perchè ogni tre mesi è pronto a lasciare un gruppo parlamentare se non vengono portati in aula i suoi disegni di legge rivoluzionari. Ecco, per loro c'è la frase che meglio li descrive, usata dal Presidente della Camera per apostrofare uno di questi geni che, come tale, si sentiva incompreso: "Ci sono attori e pagliacci. I pagliacci non fanno sempre ridere, a volte fanno anche piangere".
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